STAMPA – cravatte belle, brutte e disgustose

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CRAVATTE BELLE, BRUTTE E DISGUSTOSE. CHE COSA PORTA AL COLLO UN UOMO? | under costruction

La più insolita è serissima, marrone a righe regimental: ma all’interno della fodera, c’è stampata una procace diva in costume da bagno maculato, che assomiglia vagamente a Ester Williams.
La piú nuova è il tipo “Urban trash”, ideata dall’artista Gabriele Savioli: di plastica trasparente è “farcita” di rifiuti urbani, mozziconi di sigaretta, pezzi di latta, pallottole di giornale.
La piú storica è quella indossata da Pertini, quando il giorno della liberazione, parlò in piazza del Duomo: è verdina, a ottagoni neri (ma c’è il sospetto che non sia proprio la sua, bensì quella identica di un suo ammiratore). Per i feticisti della cravatta, c’è proprio da sbizzarrirzi alla mostra “Dreaming some ties”, che si è inaugurata da SURPLUS, in Corso Garibaldi 7: più di mille cravatte prodotte dal 1930 al 1970, per la maggior parte oltreoceano, e raccolte da Gherardo Frassa, collezionista insaziabile di curiosità americane, in particolare modo di cravatte bizzarre (ma  che, sulle sue camicie, annoda solo cravatte di lana blu, tutte uguali: ne ha una trentina, e le tiene appese in un armadietto su misura, tutte in fila).
“Le cravatte americane sono particolarmente divertenti -dice Frassa- più anticonformiste, più creative delle nostre”. In realtà c’è di che riempire un museo degli orrori: ma il tempo consacra anche il kitch a testimonianza d’epoca, e il mostruoso papillon gigante iridato, la cravatta di chiffon gialla e marrone tutta pieghettata, quella di raso ricamata con daini, o la gemella arricchita da voli di colibrì,  diventano documento di una cultura, di una civiltà,  di un modo di vivere.
E così l’occhio curioso ammira le larghe cravatte anno ’30, a motivi astratti, in cui imperano il rosso e il marrone; e quelle strette in fondo degli anni ’50, con disegni tipo Art Dèco; si stupisce davanti alla fantasia post-modern di alcuni pezzi degli anni ’40 (ce n’è persino una firmata con una tavolozza sul retro, a testimoniare che è stata concepita da un artista), e sorride all’amore patriottico degli americani, che hanno saputo creare cravatte con su scritto “vote” fra bande rosse e blu e stelle bianche, effigiare carri dei pompieri su uno sfondo di raso turchino, e far legare al collo di fieri yankees settecentesche teste imparruccate per celebrare il bicentenario degli States.
Fra tante pazzie sembrano quasi “normali” le cravatte di alcuni artisti, che Frassa ha invitato a ideare opere a tema. Non stupisce, perciò, la cravatta con pallottoliere (utilissima a chi ha il disgusto del computer), o quella di plastica trasparente, che contiene una microscopica camicia da smoking, disegnate da Luciano Francesconi: la cravatta lunga trenta metri, con cui Franco Betteghelli ha “nobilitato” la facciata di un edificio dei bassi napoletani (“la cravatta -spiega- da noi rappresenta il sogno del proletario di accedere a uno stato sociale migliore”).
Dalle cravatte senza nodo di Zanini (si feramano con una specie di cappio) a quelle “patafisiche”, in plastica, di Baj, c’è anche un tocco femminile: le due cravatte “della casalinga”, opera della poetessa visiva Matilde Izzo, una realizzata con uno strofinaccio da cucina, l’altra con la fodera del telo da stiro.
E infine, per tutti i nostalgici di Lord Brummel, la copia delle cravatte del passato, realizzate da Tino Cosma con tessuti vechi ed etichette sgualcite: un vero bijou per i dandies postmoderni.

Viviana Kasas, Corriere della sera, 1983

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