STAMPA – dal west ad oggi museo del jeans

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MILANO DAL WEST A OGGI MUSEO DEL JEANS | under costruction

MILANO- Lo sterminato esercito di chi veste jeans può specchiarsi nella storia del proprio “costume”, nelle radici ottocentesche del proprio guardaroba. La ragazza che tira il fiato per infilare strettissime braghe a rendere plastiche le natiche, può confrontare il suo taglio a tubo con quello di un “denim” del 1870, sporco delle fatiche di un ferroviere dell’Utah. Alla Rinascente di Milano, nella sede storica di piazza Duomo, si è aperta una mostra che traccia la storia del “secolo jeans”, di una divisa da lavoro passata dai sudori dei archiatori di bestiame, e dai contadini dell’Oklahoma alla moda quotidiana; una moda perenne e senza riflussi.
Sponsorizzata da una mitica casa di jeans, la Wrangler, la mostra rimarrà a Milano sino alla fine della settimana. Poi, andrà in tournée: Roma, Genova, Catania e Cagliari. È un assaggio (50 pezzi su 250) della collezione Frassa, un museo rpivato unico al mondo, nato dalla certosina passione di un caparbio, amorevole archeologo della “civiltà jeans”. La logica vorrebbe che l’archeologo fosse un americano, magari stipendiato dalla Levi’s o dalla Wrangler, un pronipote dei cercatori d’oro dei mandriani texani, che nella seconda metà dell’Ottocento, adottarono, per funzionalità,  una sorta di divisa in tessuto di Nimes: una tela di 14 once, tinta in blu indaco, per pantaloni e giubbotti con doppie cinture, “rivettature” in rame nei punti di maggiore sforzo e bottoni di metallo resi invulnerabili da precise martellate. Invece, l’archeologo è quanto di meno yenkee si possa immagiare, anche se disdegna la flanella e da sempre si veste rigorosamente in jeans.
Gherardo Frassa è un bresciano che ha piantato radici nel milanesissimo corso Garibaldi e, come pioniere, ha trasformato in una mecca dell’usato, dell’abito smesso la strada, un tempo di piccoli traffici artigianali e di popolino, che ispirò le commedie di Bertolazzi.
Da anni, Frassa rovista nei cenci. È il suo mestiere, perché,  dopo essersi occupato di antiquariato inore con grande fiuto e pari ingenuità commerciale, ha deciso di campare rivendendo giacche, camicie, pantaloni usati, vestiti recuperati dai bauli delle soffitte, da afmadi fuori moda.
A furia di rovistare, Frassa è stato posseduto dalla passione del collezionismo, del “pezzo unico” dello scavo archeologico: una totalizzante mania all’insegna del jeans che, dice, “è il piú rivoluzionario e, duraturo fatto della moda da un secolo a questa parte, qualcosa al cui confronto sbiadiscono i miti della crinolina, del taglio 1880 di Worth, delleinvenzioni liberatorie di Chanel, del taglio sbieco di Vionnet”. Spinto più dall’amoreper la scoperta che dalla necessità commerciale di mettere per primo le mani su,l’usato che pressato in grandi balle, è destinato al reciclaggio del cotone e della lana, Frassaha battuto in lungo e i  largo tutti gli Stati Uniti. Ha piantonato i magazzini dei grossisti che comprano a peso i residui dei guardaroba regalati per beneficenza e per calcolo fiscale (anche il dono di una camicia lisa può essere scaricato dalle tasse) all’Esercito della Salvezza” e ai “Volontari d’America”.
Da anni apre quelle balle con l’ansia di Schliemann che cercava le mura di Troia, assaggia il terreno, scava. Lo hanno visto delirare se da un mucchio di stracci spuntava un “denim” nel 1870 e, ora, un po’ si arrabbia se il cronista trasecola su quel termine che nasce dalla storpiatura di “De Nimes”, il nome del tessuto, perché dice:” Non è appropriato chiamarli jeans. Lo hanno fatto perché quella tela veniva imbarcata a Genova. Ma veniva da Nimes, dalla Fracia tant’è che a Solferino i soldati di Napoleone III avevano in dotazione giacche e grembiulida fatica di questo tessuto per tenda”.
L’archeologo non ha badato a spese per assicurarsi all’asta un  camiciotto del 1920 e un giaccone da cavallo dellafine Ottocento, con una fisarmonica di “pinces” nel giromanica per garantire la comodità di chi doveva lavoraredi redini. Era raggiante, quando, due tre anni fa, recuperò da un rigattiere di Baltimora una “salopette” da ferroviere del 1880, e adesso, con l’orgoglio del filologo, spega che questi bottoni in rame, stampati con il marchio delle strade ferrate, dimostrano come i cowboys abbaia usurpato la primogenitura nella scoperta dei jeans. Il sogno della sua vita sarebbe quello di scovare un “pezzo” firmato Jacob W. Dawis, il sarto che confezionò il primo paio di jeans nel taglio, nelle cuciture, nelle “rivettature” giunte fino a noi. ” Ma i pezzi rari non sono soltanto quelli dell’Ottocento” dice. ” Ho perso mesi e mesi per trovare una giacca “hosh Kosh”  quella con la cerniera che indossava James Dean negli anni Cinquanta. È facile capire il perché. I capi, gli indumenti jeans si portano fino alla consumazione. Le metamorfosi della moda non li toccano, non li esiliano in soffitta”.
La passione di Frassa è simile a quella del sarto teatrale Umberto Tirelli che ha raccolto, in anni e anni di ricerche 20 mila vestiti autentici dal 1600 ai nostri giorni. I suoi “reperti” sono migliaia, ma tali da “scrivere” tutta la secolare avventura dei jeans, dei giubbotti, delle “salopettes”. Gli Stati Uniti, che pure avebbero dovuto celebrare il più resistente ed esportato mito della vecchia America, non hanno niente di simile, e umiliati dal fiuto e dalla testardaggine archeologica di Frassa, tentano a suon di milioni di traslocare il museo al di là dell’Oceano. Intanto, Gherardo Frassa continua a rovistare, a ispezionare i magazzini degli straccivendoli. Ceraca un “Jacob W. Davis”. La sua ossessione è tale che lo troverà.

Guido vergani, La repubblica, 13.5.1982

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